Oggi ci addentriamo in una delle pagine più oscure e affascinanti della storia italiana, una vicenda che ha catturato l’immaginazione di generazioni di persone e ha trovato la sua immortalità nel capolavoro di Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi.
Parliamo della celebre e controversa figura della Monaca di Monza, al secolo Marianna de Leyva che dopo aver preso i voti prese il nome di suor Virginia Maria. La sua è una storia dal destino segnato, di passioni proibite, violenza inaudita e, forse, un inaspettato cammino di redenzione. Scopriremo qui la storia vera di una vita trascorsa tra le mura di un convento, ma tutt’altro che monacale.
Marianna de Leyva nasce a Milano il 4 dicembre 1575, anche se le fonti suggeriscono che la data esatta potrebbe essere incerta. È figlia di Martino de Leyva, Conte di Monza, e di Virginia Maria Marino. La sua infanzia è segnata dalla perdita precoce della madre, scomparsa appena un anno dopo averla data alla luce, per aver contratto la peste.
Il destino di Marianna viene inesorabilmente plasmato dalle decisioni familiari. La sua famiglia, in particolare il padre, era interessata a escluderla dall’eredità della madre per motivi economici, un’operazione che andò a buon fine perché Marianna era minorenne. In quell’epoca, era una pratica comune, se non addirittura una necessità, per le famiglie nobili, mandare un certo numero di figli in convento. Questo permetteva di salvare i patrimoni ed evitare le onerose doti matrimoniali.
La storia di Marianna, la futura suor Virginia resa celebre da Manzoni ne “I Promessi Sposi”, fin da subito suscita compassione umana, vicinanza emotiva, perché appare come una vittima, una ragazzina che subisce un destino che altri hanno scelto per lei. Per queste ragioni, spesso, chi viene a conoscenza di questa storia è disposto ad assolverla, in tutto o in parte, rispetto ai crimini ad essa legati che accadranno all’interno del monastero in cui sarà rinchiusa (e non solo lì).
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Così, a soli quattordici anni, Marianna viene destinata alla vita monastica, senza alcuna vera vocazione o desiderio personale. Suo padre le assegna quella che viene definita una “dote spirituale” di sessantamila lire, più un contributo annuale di trecento lire imperiali. Questo le garantiva un reddito, una caria di prestigio all’interno delle mura del convento, ma la legava indissolubilmente ad una vita che non voleva.
Il 12 settembre 1591, Marianna prende i voti nel monastero di Santa Margherita a Monza, assumendo il nome di Suor Virginia Maria, proprio il nome della madre morta qualche mese dopo averla data alla luce. Le fonti descrivono il convento come un luogo tetro, uggioso e profondamente malinconico, con corridoi cupi e finestre in stile medievale. Questo ambiente non fece che accentuare la sofferenza di Virginia, che si sentiva terrorizzata all’idea di essere prigioniera per sempre.
Nonostante la sua condizione di monaca, Suor Virginia manteneva un insolito ruolo di “signora feudale”, avendo una certa influenza finanziaria e contatti con il mondo esterno, che avrebbe forse preferito vivere pienamente. Manzoni, infatti, descrive la sua tormentata condizione come una donna costretta a rinunciare alla sua vera natura.
La sua esistenza, comunque, era in un equilibrio precario: da un lato la rigida condizione di monaca di clausura, dall’altro un irrefrenabile desiderio di libertà e la costante necessità di gestire aspetti economici.
Dai documenti, per esempio, leggiamo di un’ordinanza, emessa proprio dalla stessa suor Virginia, in cui vietava la pesca in un’area del fiume Lambro che apparteneva alla sua famiglia.
Manzoni suggerisce che col tempo, Suor Virginia sia diventata rassegnata, ma è in questo contesto di repressione e desiderio che entra in scena Giampaolo Osio.
Osio, un uomo nobile e senza scrupoli, abitava in un edificio attiguo al monastero. Dalla sua proprietà, Osio poteva osservare il piccolo atrio dove Suor Virginia trascorreva parte della giornata. Inizialmente, Giampaolo Osio, aveva adocchiato una educanda del convento, con cui intrattenne una relazione amorosa. Fu proprio suor Virginia, superiora della ragazza, a riferire, durante il processo di qualche anno dopo, che Osio, testualmente, “faceva l’amore con la signorina Isabella Hortensi […] et havando io trovato che stavano guardandosi l’un l’altro […] gli feci un rebuffo […] et esso se ne andò via bassando la testa senza dire altro”.
Quindi in quell’occasione fu Suor Virginia stessa che denunciò l’accaduto e Isabella fu rapidamente riposta nel convento. Questa azione diede il via alla disgrazia di Suor Virginia. Da quel momento iniziò la relazione tragica, oscura, persino omicida, con Osio.
Le loro comunicazioni iniziarono con uno scambio di lettere, alcune delle quali, da parte di Giampaolo Osio, con allusioni sentimentali. Il rapporto, insomma, era ambiguo e indicava una propensione alle “tentazioni della carne”.
In verità, nella scrittura Osio non brillava, né in fantasia né in ortografia, e quindi le lettere gliele scriveva don Paolo, un suo amico prete, un religioso incline ai piaceri della carne che fu spasimante prima di suor Virginia e poi di altre due suore, Benedetta Hornati e Ottavia Ricci. Insomma, pare che don Paolo ci abbia provato con molte suore, ma senza nessun successo. E così iniziò a scrivere le lettere per l’amico Osio.
Il legame tra Suor Virginia e Giampaolo Osio si fece sempre più profondo e pericoloso. Osio ad un certo punto, nel 1597, uccise Giuseppe Molteni, il contabile della famiglia dei Leyva: Suor Virginia stessa scrisse inizialmente al Magistrato di Monza per richiederne l’arresto, ma pochi giorni dopo, forse su pressione della madre di Osio, Sofia Bermareggi, scrisse una seconda lettera, meno severa, chiedendo perdono. Questa intercessione portò Osio a ottenere una “proroga” e, di fatto, la “remissione” del crimine
Fatto sta che, ad un certo punto, Suor Virginia, in un atto di complicità e desiderio, diede a Osio la chiave che univa il convento alla sua proprietà. Così, gli incontri non si tennero più nel parlatorio, ma in segretezza all’interno del monastero, “faccia a faccia” nel buio silenzio dell’edificio sacro.
Virginia era consapevole di violare la clausura, ma Osio la rassicurò, convincendola che la regola valeva solo se fosse uscita all’esterno. Questo rischioso equilibrio durò circa tre anni. Osio entrava e usciva dal convento, trascorrendo notti con Virginia, ma senza rinunciare alle sue avventure galanti, con altre donne, nel mondo esterno.
Era molto difficile mantenere il segreto su una tale relazione, e i due amanti poterono avvalersi della complicità di due suore, soprattutto, suor Benedetta e suor Ottavia, fedelissime della superiora.
La prima tragica conseguenza di questa relazione proibita si manifestò nel 1602, quando Suor Virginia diede alla luce un bambino. Il neonato, però, morì e il piccolo corpo fu fatto sparire.
Virginia, tormentata dai sensi di colpa, credeva di essere vittima di stregoneria e pensò di ricorrere ad un rito magico per liberarsi del sortilegio.
Reggetevi forte: il rito, che avrebbe rotto il sortilegio che la teneva legata in quella torbida relazione, prevedeva di mangiare le feci dell’amante. A quel punto proprio suor Ottavia raccolse gli escrementi di Osio, li fece seccare e li cucinò in bordo con fegato e cipolle.
Ovviamente, oltre al disgusto che possiamo immaginare, questa pratica non ebbe nessun effetto.
La spirale di omicidi era appena iniziata con l’assassinio del contabile Giuseppe Molteni: il vero orrore si manifestò nel luglio del 1606, quando Caterina de la Casina da Meda, una giovane suora punita da suor Virginia per indisciplina, in un disperato tentativo di rivalsa minacciò di rivelare la relazione di Virginia con Osio a Monsignor Baraca, il vicario delle monache.
Giampaolo Osio, sapendo che la rivelazione avrebbe scatenato uno scandalo inimmaginabile, agì con brutale premeditazione. Approfittando dell’isolamento di Caterina, entrò nella sua cella e la uccise selvaggiamente con un arcolaio di ferro. Il corpo di Caterina fu poi fatto a pezzi e nascosto in parte nella cantina del convento e in parte gettato in un pozzo. Pozzo che tornerà più avanti, sempre tragicamente. Si disse poi che Caterina fosse fuggita dal convento.
Nel frattempo, la relazione tra Virginia e Osio aveva prodotto un’altra vita. L’8 agosto 1604, Suor Virginia aveva dato alla luce una seconda bambina, battezzata con il nome Alma Francesca Margherita. La nascita fu assistita dalle complici Ottavia, Benedetta più altre due suore, Silvia Casati e Candita Colomba.
La neonata fu segretamente portata a Milano la notte tra il 10 e l’11 agosto e affidata a una balia presso la famiglia Osio. Osio stesso portava spesso la bambina alla madre nel convento, perché Suor Virginia potesse abbracciarla.
Nonostante i tentativi di Osio di soffocare le voci e i pettegolezzi, la notizia dei delitti e della relazione si diffuse rapidamente, soprattutto nelle piccole località come Monza. Per questo fu protagonista di altri due crudi omicidi: quello di Remiero Roncino, uno speziale che aveva fornito assistenza a Suor Virgina durante il parto e che aveva il vizio del pettegolezzo, e quello di Cesare Ferroni, fabbro monzese che aveva parlato con alcuni suoi clienti delle voci che circolavano sulla signora del convento.
Lo scandalo raggiunse anche Milano, e nel luglio del 1607, l’Arcivescovo Federico Borromeo, venuto a conoscenza delle “voci” sulla suora, ordinò un’indagine approfondita e interrogò personalmente le monache.
Inizialmente, nessuna confessione fu ottenuta. Ma il mese di giugno 1608 segnò una svolta: Suor Virginia confessò la sua relazione con Osio e la complicità delle suore Ottavia e Benedetta. Virginia raccontò i dettagli della sua deposizione, descrivendo l’escalation di violenza e persino il disperato tentativo di allontanare Giampaolo con la magia. Confessò anche di aver dato alla luce la sua seconda figlia.
Nel frattempo, con la scoperta dei segreti e l’inizio delle indagini, Osio cercò di fuggire. Tentò di organizzare la fuga delle monache complici, Ottavia e Benedetta, ma poi, per paura che potessero rivelare ulteriori dettagli, le aggredì. Ottavia fu gettata nel Lambro e morì settimane dopo a causa delle ferite. Benedetta fu anch’essa gettata in un pozzo, ma sopravvisse e fu salvata da alcuni contadini che sentirono le sue grida.
In quello stesso pozzo trovarono la testa semi putrefatta di Suor Caterina, la sorella che minacciò di rivelare a tutti la storia losca tra i due amanti.
Fu celebrato il processo penale contro Osio che portò alla sua condanna a morte.
A quel punto Osio divenne un criminale ricercato con una considerevole taglia sulla testa: si rifugiò da suoi amici, i nobili Taverna, che lo avevano invitato a nascondersi da loro ma che, allettati dalla lauta taglia, lo fecero uccidere e decapitare.
La Monaca di Monza, invece, fu trasferita nel monastero milanese di Sant’Ulderico per essere sottoposta a un processo e a interrogatori per accertare il suo coinvolgimento nei delitti.
La giustizia ecclesiastica, guidata dal Cardinale Federico Borromeo, seguì un percorso più complesso per Suor Virginia. La Monaca di Monza fu condannata al carcere perpetuo. Venne rinchiusa in una cella murata nella Casa delle Donne Convertite di Santa Valeria a Milano, un luogo destinato al recupero spirituale.
Nonostante la dura pena, Suor Virginia intraprese un cammino di profondo pentimento e, secondo le fonti, di redenzione. La sua segregazione fu interrotta nel 1622, e durante i suoi ultimi anni, le fonti testimoniano numerosi atti di carità da parte sua. Il Cardinale Borromeo, che aveva seguito da vicino il suo caso, continuò a scriverle lettere di conforto, offrendole guida spirituale e sostegno durante i suoi momenti di crisi. Le fonti, sebbene scarse per questo periodo, indicano che Virginia trascorse i suoi ultimi anni in preghiera e dedizione. Morì il 17 gennaio 1650, dopo aver trascorso gran parte della sua vita tra le mura di un convento, prima come prigioniera delle sue passioni e poi come penitente. Le monache di Santa Valeria pregarono a lungo affinché le fosse concesso l’accesso al paradiso.
La figura della Monaca di Monza, Marianna de Leyva, rimane una delle più affascinanti e complesse della letteratura e della storia italiana. La sua vicenda, così drammatica e ricca di risvolti legati a sesso, violenza e omicidi, continua a colpire per la sua intensità e per la profonda esplorazione dei limiti umani, della fede e delle passioni proibite. È la storia di una donna che, costretta a una vita non voluta, ha vissuto un’esistenza di eccessi e segreti, ma che ha trovato, alla fine, una forma di pace e redenzione.










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